Creatività Sfrenata, Scrittura

Famiglio

La parola di oggi è stata per me davvero difficile e non credo di averle reso giustizia.
Ho dovuto adattarla, anche questa volta, ma non credo di esserci riuscita a pieno nonostante non fosse poi così difficile un collegamento, credo. Vi lascio comunque al tema di oggi: famiglio.

Famiglio

Famiglio.
Un termine ormai in disuso per indicare un servitore.
Un termine che veniva riferito alle streghe, a quegli animali ai quali le donne del diavolo si accompagnavano.
Quante volte si era chiesto incontrando quella parola che nel suo vocabolario aveva origini tanto antiche se lui stesso potesse essere definito un famiglio per quell’equipaggio che ancora dormiva profondamente.
L’essere umano aveva una propensione per la magia, aveva creato questa stessa parola la magia per la necessità di pensare di poter avere qualcosa di straordinario, dei poteri che gli permettessero di fare cose per lui impossibili da realizzare altrimenti.
Secondo questa prospettiva si sarebbe potuto dire che William avesse capacità che gli uomini avrebbero potuto definire magiche.
Il sofisticato intreccio computerizzato che lo governava gli permetteva di fare cose incredibili, di essere d’aiuto all’uomo come nient’altro aveva mai fatto nella storia.
Rendeva la vita dell’essere umano più semplice, più sicura. Gli permetteva di viaggiare in tranquillità percorrendo rotte di decine e decine di anni luce sicuro del fatto che qualcuno stava vegliando su di lui, anche quando non era cosciente.
E quella di William era una veglia costante, una veglia che stava diventando quasi un’ossessione. Carpire anche i segreti più reconditi degli esseri umani che viaggiavano con lui.
William, ormai, conosceva ogni centimetro della Olympus, l’aveva percorso, l’aveva memorizzato, avrebbe potuto muoversi nei suoi anfratti più nascosti ad occhi chiusi.
E da quando l’esplorazione della nave si era per lui pressochè conclusa, aveva iniziato ad esplorare con sempre maggiore insistenza i sogni e i pensieri dell’equipaggio che riposava chiuso nelle capsule di ibernazione.
Erano il suo divertimento, i suoi animali da compagnia, erano loro i famigli che gli permettevano di trascorrere le ore più lunghe di quel viaggio scoprendo quanto strana, contorta a volte deviata potesse essere la mente umana.
Avrebbe voluto poter sognare.
Poteva immaginare, crearsi nella mente mentre era ad occhi aperti ogni genere di storia.
Aveva passato molto tempo ad ipotizzare come avrebbe potuto essere il mondo verso cui si stavano dirigendo.
Ma i suoi sogni, se così potevano essere chiamati, non erano mai davvero staccati dalla realtà.
La sua natura lo riportava sempre a calcoli probabilistici, a possibilità matematiche.
Non riusciva ad accettare neanche nella sua mente qualcosa che non seguisse il suo modo di ragionare.
Quello era il suo limite e la sua forza.
Quello per cui gli umani lo deridevano ed a volte anche lo invidiavano.
Aveva provato più di una volta a prendere posto in una delle capsule di ibernazione di emergenza, curioso di vedere se sarebbe riuscito ad addormentarsi.
Aveva dato al Alice l’ordine di risvegliarlo, nel caso fosse riuscito a cadere nel sonno, e di registrare i suoi sogni.
Ma nulla era mai accaduto, i suoi sistemi erano sempre attivi e nessuno dei metodi che aveva usato per cercare di perdere i sensi aveva mai funzionato.
Aveva perfino provato a collegarsi direttamente ad Alice, dicendole di azzerare il proprio stato vigile, ma anche in quel caso tutto quello che aveva potuto vedere era stato soltanto quello che aveva davanti.
Non poteva sognare.
Era e sarebbe sempre rimasto il servitore di quella razza di sognatori.
Un famiglio.
Ma sarebbe davvero rimasto solo quello?

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