Creatività Sfrenata, Scrittura

Avventura

Quale avventura può essere più grande dell’esplorazione dello spazio?
Fin da quando sono piccola la fantascienza mi affascina e mi spaventa. E’ la prima volta che provo a scrivere qualcosa di fantascientifico e devo dire che mi sto divertendo tantissimo e spero non stia venendo poi così male.

Avventura

Il capitano Mitchell aveva chiamato quel viaggio, quella spedizione, un’avventura senza precedenti.
Nessun equipaggio si era mai spinto oltre il sistema di Magnus, l’Olympus era la prima nave spaziale ad osare tanto.
L’entusiasmo dell’equipaggio era a tratti smorzato dalla paura, le aspettative di coloro che erano rimasti su Oregon-21 erano altissime, anche se piene di timore per le incognite che la spedizione avrebbe affrontato.
William non conosceva la paura, quantomeno non quella per l’ignoto o per qualcosa di ancora sconosciuto e che avrebbe potuto non esistere.
Davanti al pericolo, a qualcosa di concreto, conosceva la prudenza, conosceva il calcolo delle probabilità per ottenere la via di uscita più sicura, ma ai suoi sistemi era del tutto sconosciuta la paura per qualcosa che avrebbe potuto essere e che forse non sarebbe mai stato.
Quindi lui di quella spedizione avventurosa e senza precedenti non temeva nulla.
L’unica cosa che sentiva giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, era la crescente curiosità di capire dove sarebbero approdati.
Passava le proprie giornate ad elaborare i dati che provenivano dalle sonde lanciate molti anni prima per cercare di creare possibili scenari ed elaborare possibili piani di approccio da presentare all’equipaggio quando si sarebbe risvegliato.
Enacon-9 sembrava un pianeta umido, o almeno così si poteva dedurre dalla fitta coltre di nubi che spesso lo avvolgeva.
Probabilmente ci sarebbe stata l’acqua.
Probabilmente ci sarebbe stato il mare, se così si sarebbe potuto chiamare.
William si chiedeva davanti a cosa si sarebbe trovato, se una distesa di acqua scura e violacea come quella che si era lasciato alle spalle, o una vastità cristallina come quella del secondo pianeta del sistema di Athena su cui aveva soggiornato per tre anni, o forse un mare blu come quello della terra, il pianeta su cui era stato creato.
L’uomo chiamava queste spedizioni, questa esplorazione dell’ignoto una avventura.
William non capiva del tutto il significato di questa parola ma era giunto alla conclusione che per la specie che l’aveva creato un’avventura fosse qualcosa di affascinante e spaventoso al tempo stesso, che lasciava spazio a sorprese ed incognite che attiravano e terrorizzavano, che appagavano e intimidivano.
L’essere umano era di sicuro una specie curiosa, strana, interessante e piena di contraddizioni, questo amore per l’ignoto, quell’ignoto abbastanza distante da lui da non creare una minaccia imminente.
Nell’immediato, invece, l’umano preferiva accerchiarsi non di avventure ma di sicurezze, di sintetici che lo facevano sentire a suo agio, di immagini conosciute e facce rassicuranti.
L’avventura era una eccezione, la tranquillità la vita di ogni giorno.

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